I milanesi e la metropolitana, un amore (forse) mai iniziato?

Metro Milano - Uniglobe

I milanesi e la metropolitana, un amore (forse) mai iniziato?

di Valentina Scillieri

Fra le tante cose per cui Milano è conosciuta, oltre al Duomo e alla cotoletta, c’è sicuramente la metropolitana. E mentre per i turisti nazionali ed internazionali M1, M2, M3, M5 sembrano quasi le mosse di battaglia navale, per il 99,9% dei cittadini la metropolitana è un vero e proprio inferno. Da cui cercare di uscire il prima e il meno arrabbiati possibile.

Anche se spesso quest’ultima speranza viene miseramente vanificata. Proverò a descrivervi brevemente la giornata tipo di un cittadino di Milano alle prese con il mostro-metropolitana. Generalmente le ore di fuoco nei treni della metropolitana milanese vanno dalle 7:30 alle 9:30 e dalle 18:30 alle 20: vagoni carichi di carne umana destinata a correre per timbrare il cartellino o per aggiudicarsi il posto migliore sul divano. E per questa situazione il milanese medio soffre, pur facendo parte anche lui di quella ressa. Le ascelle sudate nel naso, gli spintoni, le cozze avvinghiate al palo centrale con la schiena o per leggere comodamente il giornale, sono per il cittadino normale una vera e propria tortura, che mette a dura prova i nervi solitamente saldi.

Un’altra problematica che affligge il povero pendolare metropolitano è lo spostamento d’aria rumoroso che i treni in arrivo provocano. Sì, perché immancabilmente il rumore si avverte quando si è ad un passo dal timbrare l’abbonamento o il biglietto, e quindi ci si catapulta giù per le scale – con probabilità di cadere pari all’80% – onde evitare di perdere il treno e dover aspettare minimo 7 minuti (sì, sulla M1 è questo il tempo d’attesa). Ma nel correre succede un altro fatto che mette a dura prova il buon cittadino di Milano: egli si accorge che tutti sono fermi in banchina, seduti o stazionari, e che quindi il rumore che ha sentito non è del suo treno, bensì di quello della banchina opposta. Triste e scoraggiato il milanese si siede ad aspettare.

Metro Milano - Uniglobe

Quando finalmente lo spostamento d’aria annuncia l’arrivo delle carrozze si possono verificare vari ed eventuali inconvenienti. Il primo sono le porte guaste: le persone sopra al treno spesso non se ne accorgono e anche il cittadino che aspetta la loro apertura rimane interdetto, con il risultato che poi si viene a creare una sorta di guazzabuglio fra chi scende e chi sale dalla porta affianco (fortunatamente funzionante). Oppure un’altra scena tipica è la metro full. Nemmeno uno spiraglio d’aria filtra fra un passeggero e l’altro della carrozza, ma il milanese, già stanco ed inevitabilmente in ritardo, decide di salire lo stesso, e, fra i borbottii di coloro che già erano sopra, si trasforma anche lui in una sardina sottovuoto.

Una volta salito, nella tratta per giungere alla fermata tanto desiderata, il malcapitato cittadino può andare incontro a diversi disagi. Dal bambino singolo che urla perché la mamma non vuole dargli la focaccia, alla scolaresca impazzita che, con solo 12 ragazzini, riesce a provocare più caos degli ultrà allo stadio. Le lunghe attese in galleria, fermi, con i finestrini chiusi, l’aria condizionata spenta e le pareti della carrozza che sembrano evaporare per i 72 gradi centigradi percepiti al suo interno sono un altro problema non indifferente. Per non parlare poi di quelli che stanno facendo una call con Tokyo-Shangai-Iraq-Burundi-Australia e stanno chiudendo un affare da mille mila miliardi; affare in cui, ovviamente, è strettamente necessaria la collaborazione di tutti i passeggeri della carrozza, quindi è fondamentale che siano al corrente di ogni singolo dettaglio.

Metro Milano - Uniglobe

Ma probabilmente le cose più terribili che il viaggiatore meneghino nove volte su dieci incontra nei suoi spostamenti in metropolitana sono due. La prima sono gli scogli. E non ho sbagliato a scrivere, intendo dire proprio gli scogli. Questa antichissima specie vivente può essere più facilmente identificata come tutti quei soggetti che non abbandoneranno mai la loro postazione, nemmeno dovesse prendere il sopravvento il Naviglio sulla metropolitana o diffondersi un virus letale nei tunnel sotterranei della città. Che siano dentro la carrozza o in attesa sulla banchina il risultato non cambia: gli scogli, anche se spesso l’orda di persone che scende a fermate come Cadorna o Duomo assomiglia più ad una mandria di bufali impazziti che in quanto tale li travolge, restano dove sono, ovvero davanti alle porte, imperterriti. A nulla valgono gomitate, spintoni, improperi vari. Gli scogli sono così, incollati al pavimento come da una forza misteriosa che li trattiene e insieme li protegge. E così è, è stato e per sempre sarà.

La seconda bestia che affligge il milanese in metropolitana è il posto a sedere. Quasi sempre quest’ultimo è come un miraggio dopo giorni di cammino nel deserto senza acqua né cibo. E quasi sempre rimane tale. Vecchiette ultracentenarie che compaiono all’improvviso non si capisce bene da dove, super vamp che annientano con i loro tacchi a spillo chiunque osi mettersi fra loro e il posto, grigi uomini d’affari che si spiaggiano, con la loro ventiquattrore fra le gambe, come se da un momento all’altro quel posto si dovesse trasformare in una sdraio e l’anziana sdentata seduta affianco in una affascinante sudamericana con un vassoio con sopra un drink esotico per loro.

Sarà anche vero che Milan l’è on gran Milan, ma la sua metropolitana, a volte forse non troppo.

Leave Comment